Figli di Abramo

Regia: Simone Pizzi

Il docu-film “Figli di Abramo” con regia di Simone Pizzi nasce dal desiderio di individuare e raccontare storie quotidiane, si potrebbe dire ordinarie, che hanno saputo mettere radici.

Il migrante stanziale ha casa, famiglia, lavoro, mantiene rapporti e porta un contributo socialmente rilevante. Si offre così un superamento del sensazionalismo che gioca esclusivamente sulla problematicità del fatto eclatante delle migrazioni.

Il percorso si snoda attraverso i racconti personali dei protagonisti, le loro storie ma soprattutto i loro volti che esprimono sentimenti. Protagonisti che faticosamente hanno lasciato il loro paese per giungere nella metropoli, e hanno trovato nella loro fede un aiuto solido che li lega alla cultura originaria e insieme permette loro, oggi, rapporti e inserimento, anche se con diverso grado di integrazione. Sono state così individuate alcune comunità religiose di immigrazione, fra le più numerose e significative presenti a Milano – filippina cattolica, ortodossa rumena, musulmana mediterranea – che hanno mostrato ampia disponibilità a parlare di sé. 

Nel video i linguaggi si esprimono anche con segni, simboli, sorrisi e pianti, dove i protagonisti narrano in che modo le comunità religiose esistenti sul territorio milanese sono state e possono risultare di sostegno per i migranti dal punto di vista non solo spirituale, ma anche umano, economico ed educativo. Il problema però, talvolta resta quello di non chiudersi nelle realtà omogenee. Il tema intergenerazionale è uno dei più sentiti: per gli adulti l’aprire ai figli prospettive senza tradire le origini, per i giovani il ‘trovarsi in mezzo’ tra il ‘da dove vengo’ e ‘cosa sarò’.

La narrazione è costruita sull’alternanza delle voci e dei volti dei protagonisti che spontaneamente ripercorrono le loro emozioni e le loro esperienze. Queste voci con il passare dei minuti si mescolano le une con le altre alternandosi alle immagini che li mostrano impegnati in prima persona all’interno delle loro comunità religiose. Questi arrivi, in un contesto laico e spesso dichiaratamente agnostico, pongono interrogativi anche a chi qui vive da sempre in una cultura tradizionalmente cattolica.