Il cielo vicino – in montagna con Vittorio Sgarbi

Recensioni - 27 Luglio 2026

La copertina del libro Il cielo più vicino. La montagna dell’arte di Vittorio Sgarbi (Edit. La nave di Teseo) riporta il quadro del Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich. Il quadro esprime artisticamente una verità: “Il pittore non deve soltanto dipingere ciò che vede davanti a sé ma anche ciò che vede in sé”. Caspar vede in sé, e lo dipinge, un uomo, non abbigliato da alpinista, che ha raggiunto la vetta dalla quale ammira un mare di nuvole, di nebbia che circonda altre cime, dipinge un uomo che contempla la natura e ci coinvolge:

“…e noi siamo spettatori che contemplano l’uomo che contempla, nella stessa posa. Non c’è dominio sulla natura, ma abbandono. Col viandante, anche noi siamo arrivati fin lì, abbiamo scalato il monte, abbiamo raggiunto la vetta, avvicinato il cielo, e siamo diventati una cosa sola con la natura” (p. 156).


I pittori hanno cercato, dipinto, diverse montagne ognuno con il proprio profilo non di ciò che hanno visto, ma di ciò che hanno sentito. Vincent Van Ghog dipinge il suo disagio dove la natura diventa pretesto per dipingere il male di vivere. Nel quadro Campo di grano con volo di corvi i corvi sono l’annuncio, il desiderio inconscio, della morte.
Nel quadro di Van Gohg il male di vivere si evidenzia nel tratturo marcatamente segnato, calcato con rabbia, in mezzo tra il campo di grano e il cielo cupo. Un tratturo:

“che non porta a nulla. Per quella via non si va da nessuna parte. […] Non stiamo semplicemente guardando un campo di grano contro un cielo, attraversato da un volo di corvi, ma il tormento di una mente e l’attesa della morte” (p. 173).

Questo tormento mentale Van Ghog lo dipinge anche nella Montagna a Sant-Rèmy dove non rappresenta la realtà della montagna ma il “corto circuito di forme, che sono le forme che lui ha dentro di sé”. E’ l’urlo moderato di una montagna, è l’urlo moderato della follia di Van Ghog. E’ ciò che accade nel celebre Urlo di Edurad Munch.

La potenza della natura
La nascita del romanticismo viene favorita dalla riscoperta del paesaggio che diventa il passe-partout dell’impressionismo. Si tratta di un paesaggio non più classico, bucolico, equilibrato e rassicurante, ma pittoresco, intimo alla natura dove i sentieri tracciano la geografia delle montagne accidentate e dominate da:
“orridi, cascate o picchi spericolati; un paesaggio in cui la natura mostra tutta la sua stupefacente grandezza, al di fuori della portata umana” (p. 136).
La natura viene esaltata, sentita come potenza. Tutto questo traspare nello straordinario quadro Il ponte del diavolo al San Gottardo di William Turner.

Una natura così potente che evidenzia una presenza dell’uomo circondato dalle sue fragilità, dai suoi limiti. Turner dipinge:
“minuscoli uomini, lungo un sentiero che si fa ponte e torna sentiero. La strada e il ponte sono in muratura, ed è importante che lo siano, perché qui il disegno si fa più preciso: vediamo i mattoni, l’accostarsi della linea curva con la linea retta, mentre il paesaggio ha contorni e forme sempre più sfumati. La via è costruita dagli uomini, incuneata in una vastità naturale che incombe: precipita la roccia, l’acqua è furente e per nulla amicia, la nuvola insidiosa e minacciosa. La natura tutta sembra essere evocata e convocata per far sentire lo stato di minorità dell’uomo davanti al creato è la potenza di Dio sopra di noi” (p. 140).

Le montagne di Segantini
Giovanni Segantini trascorre un’infanzia priva di affetti. L’arte, la riscoperta della natura e della montagna, vengono da lui vissute, frequentate, come terapia per superare il vuoto affettivo. All’opposto di Van Ghog questo vuoto è riempito da un messaggio positivo che ricerca una vita nuova di riscatto e risurrezione, non di morte come in Van Ghog. Le montagne di Segantini, rese suggestive dalla tecnica divisionista, diventano il ponte necessario che unisce la terra al cielo e viceversa.
“La tecnica divisionista, ricca di vibrazioni luminose, è lo strumento perfetto con il quale Segantini fornisce la sua rappresentazione del mondo preferito, quella della vita di montagna; i montanari, fra cielo e terra, incarnano una moralità e una profonda spiritualità che derivano da un rapporto viscerale con la natura. La famiglia, il lavoro, la religione, acquisiscono un ruolo centrale in questa visione, riscoprendo valori antichi che la civiltà moderna era avviata a disconoscere” (pp. 180-181).
Nello straordinario quadro Il ritorno dal bosco Segantini dipinge stati d’animo che emergono nella forza protettiva della neve che occupa, anzi sovrasta, l’intero quadro. Forza protettiva che coinvolge la stessa vita. Un proverbio popolare dice “sotto la neve pane”. I semi della terra maturano in spighe di grano che verrà lavorato e trasformato in pane. Ciò che sembrava morto si trasforma in vita.

Nei suoi quadri Segantini dipinge anche il silenzio che non abita più nelle città dove le persone pur vicinissime, vivono il male della solitudine. Non possiamo non parlare di due capolavori di Segantini che hanno lo stesso titolo: Le due madri. Il primo ambientato nella stalla, illuminata al centro da una lanterna che irraggia la luce ovunque. A sinistra una madre con la sua creatura che dorme, a destra una mucca che sorveglia il riposo del suo vitellino di pochi giorni. Il secondo quadro raffigura due madri all’aperto realizzato con il contributo dell’amico pittore Giovanni Giacometti. Entrambi i quadri esprimono una forte tensione affettiva. Nella versione all’aperto il volto della donna e del bambino sono appena accennati, meno dipinti dei musi delle due pecore, perché non c’è nessuna gerarchia nella natura. Il mondo della natura e quello degli uomini si specchiano, convivono, è il medesimo mondo che abitano.

Altre montagne, altri pittori
Lo zaino di Vittorio Sgarbi custodisce altri pittori famosi, dimenticati, sconosciuti che hanno dipinto montagne. Troviamo: Dents du Midi da Chesières di Ferdinad Holder; Veduta delle Alpi di Gustave Courbet; La montagna blu di Vasilij Kandiskij; Monti del Lazio di Fausto Pirandello; Stromboli in eruzione di Renato Guttuso; Paesaggio asolano di Gino Rossi; Tramonto sul Fravort di Luigi Bonazza; Il Cinquale di Carlo Carrà; Monte Fragolino di Lorenzo Viani; Campagna lombarda di Umberto Boccioni; Dolomiti, anonimo; Il mito della montagna di Dario Wolf; Paesaggio cadorino di Ubaldo Oppi; Paesaggio con montagne di Mario Sironi; La Crode de Marden sotto la luna di Dino Buzzati e le Cinque torri di Zoran Music. “La montagna – conclude Vittorio Sgarbi – è rivelazione del limite – e, nel limite, misura dell’anima”

27 luglio 26 – Griot