Pasolini: “il corpo nella lotta”

Recensioni - 9 Novembre 2025

Nella tradizione giapponese, come in altre culture africane, asiatiche ed amazzoniche, i morti vivono una nuova dimensione per dare buoni consigli. Con loro si parla. Sono una presenza positiva e benigna. Oggi i morti fanno paura, li si allontana, o si esorcizzano. La festa di Halloween, nella forma consumistica, ha tagliato le suggestive radici irlandesi. Si parla con i morti anche con lettere confidenziali come quelle che Silvio Mengotto, anno dopo anno, ha scritto a Pasolini, oggi pubblicate nel libro Lettere a Pasolini (Edit. Velar). Non sono lettere di nostalgia ma di memoria per costruire schegge di futuro. Pasolini non ha potuto vedere la società di oggi, ma ha saputo pre-vederla.

Il poeta friulano era uno spirito irrequieto e mansueto, critico e severo con il potere. Amava gli esclusi, gli scartati senza voce, frequentatore delle periferie dove vivono i senza potere. Con i poveri, lui comunista, aveva un atteggiamento cristiano, in loro vedeva persone sofferenti, vittime dell’ inganno pubblicitario e del falso progresso che, con la pratica del consumismo del superfluo, ha intrappolato la libertà, la  dignità dei cittadini. Pasolini amava chi era nel conflitto, non il conflitto. Nel suo viaggio in India (1961) volle incontrare madre Teresa di Calcutta che curava i lebbrosi, gli ultimi degli ultimi. Pasolini respirava la pietas, la dimensione del sacro al punto di girare un film sulla figura amata di Gesù. Il Vangelo secondo Matteo, girato tra i sassi di Matera, forse è il più bel film sulla vita di Gesù. In tempi non sospetti Pasolini consigliava alla Chiesa di essere profetica passando: “all’opposizione, come nel Medioevo, prima di sparire, oppure essere strumentalizzata, resa innocua dal regime dei consumi”. L’autore si confronta sia con la storia di Pasolini, sia con quella dell’Italia. A differenza di molti scrittori, Pasolini si è sempre confrontato con la storia italiana. Quelle dell’autore sono lettere scritte tra i contadini terremotati in Irpinia, tra i bambini rumeni di Tulcea, tra lavoratori in treno o sul fiume Nilo, nella pandemia e altre circostanze. L’autore riprende, e contestualizza, i temi che Pasolini approfondiva nei suoi elzeviri del Corriere della sera, oggi di incredibile attualità: i giovani, la droga come sintomo di un vuoto di cultura, il palazzo, il “penitenziario dei consumi”, la dittatura della “civiltà dei consumi” che ha aggredito anche la natura con gravi conseguenze al pianeta e alle popolazioni sempre più impoverite. Consumismo del superfluo che ha trasformato i valori delle persone in disvalori e viceversa. La nuova dittatura dell’io ha prodotto sia un egoismo al cubo, sia un inquietante omologazione di massa come profetizzava Pasolini.

Per il poeta di Casarsa mutava anche la natura del fascismo. “Questa “civiltà dei consumi” – scriveva nel 1974 – è una civiltà dittatoriale. Insomma se la parola fascismo significa la prepotenza del potere, “la società dei consumi” ha ben realizzato il fascismo”. La logica inquietante del consumo superfluo, senza rispettare tempi e ritmi delle persone e del creato, ha devastato la natura che si è ribellata. “Non so se ti rendi conto – ha scritto Dacia Maraini amica del poeta – della attualità del tuo pensiero di quegli anni, Pier paolo. Quasi, quasi ti direi che entri in sintonia con la piccola Greta, dalle treccine striminzite, la bambina che sta scuotendo il mondo con le sue proteste contro l’incuria e la devastazione delle ricchezze naturali dovute alla ingordigia umana”. Riprendere i pensieri di Pasolini permette, come suggerisce l’autore, di riscoprire una identità saccheggiata, l’occasione per una nuova stagione per la quale vale la pena impegnarsi e buttare il corpo e la mente nella lotta.

Griot

Per informazioni:
LETTERE A PASOLINI (1979-2022)