Recensioni - 19 Gennaio 2026
Ceija Stojka è stata una scrittrice, pittrice e attivista austriaca di etnia Rom Lovari, sopravvissuta all’Olocausto. Gli Stoija commerciavano cavalli la cui carovana trascorreva gli inverni a Vienna, le estati viaggiando nella campagna austriaca. Suo padre fu internato nel lager di Dachau, poi a Schloss Hartheim viene ucciso in una camera a gas. Il fratello minore Ossi morì ad Auschwitz-Birkenau nel 1943. Stoija, sua madre e le sorelle furono liberate dai britannici a Bergen-Belsen nel 1945 e tornarono a Vienna. Si guadagnava da vivere vendendo tessuti, tappeti, porta a porta fino al 1984. E’ vissuta a Vienna come scrittrice, pittrice, cantante e docente pubblica. Nel 1992 diventa la portavoce austriaca per il riconoscimento del genocidio dei Rom e Sinti, oltre ad essere una voce nella lotta contro la discriminazione che i Rom continuano a soffrire in tutta Europa. Muore a Vienna nel 2013, all’età di 79 anni.
Ceija Stojka ha solo undici anni quando, reduce dalla deportazione di Auschwitz e Rovensbruck, arriva con la madre nel lager di Bergen-Belsen nel gennaio 1945. Per quattro mesi riesce miracolosamente a sopravvivere sino all’arrivo delle truppe inglesi che, increduli, liberano tutti i prigionieri del campo. Il libro Forse sogno di vivere. Una bambina Rom a Bergen-Belsen (Edit. Giuntina) racconta la vita di Ceija nel lager, una memoria delle atrocità e crudeltà naziste nei confronti degli ebrei, ma anche la testimonianza di una bambina Rom.
Le violenze subite dai Rom sono una pagina di storia che fatica ad emerge. Insieme a sei milioni di ebrei furono uccise altre minoranze: gli oppositori politici, gli assassini, gli omosessuali, gli obiettori di coscienza, i portatori di handicap, i Rom chiamati con disprezzo “zingari”.


La minoranza più colpita furono 500.000 “zingari” uccisi. Il libro è un diario dai passaggi crudi e realistici. Senza velleità vendicative, Ceija si chiede perché, tra le minoranze, solo i Rom non furono chiamati a testimoniare a Norimberga. Una ferita alla pace ancora aperta. E’ una ferita alla pace stessa che ha bisogno di feritoie. Ad Auschwitz la piccola Ceija ogni mattina era obbligata a buttare giù dalle brande i cadaveri morti nella notte. Sopravvissuta come quelle donne che mangiavano di tutto: stoffa, oggetti di origine animale, fermaglio di osso, pettini. Per quattro mesi, su pressante invito della madre, la piccola Rom ha vissuto fisicamente in mezzo a montagne di cadaveri, che a loro modo, davano protezione al freddo glaciale dell’inverno. Montagne dell’orrore dove stavano distesi “moltissimi bambini, moltissimi bambini! E le donne, con la bocca aperta, con la bocca chiusa”.
Entrati nel campo i soldati inglesi erano increduli a ciò che vedevano: dei vivi vaganti tra montagne di morti che, quale paradosso, consolavano la disperazione dei liberatori. “Non riuscivano a capire che noi lì vivevamo tra i cadaveri, che eravamo ancora vivi tra i morti. E come hanno pianto e gridato! E dovevamo consolarli noi!”. Dopo la liberazione i nazisti, educati al disprezzo della vita, penosamente si travestivano per non essere riconosciuti. “Alcuni avevano indossato dei vestiti da donna, solo vecchi stracci, nel timore che gli alleati, entrando e vedendoli in divisa, gli sparassero. Per noi, il fatto di averli potuti osservare fu una vera benedizione. Abbiamo visto quanto, in realtà, fossero deboli, con quale rapidità fossero diventati fragili”. In Ceija non ci sono parole di odio, di vendetta, anzi di fronte ai nazisti prova compassione: “E’ strano, ma io ho provato compassione anche per i nazisti. Erano esseri umani pure loro. E il sangue ha circolato nel loro cuore proprio come nel nostro. L’unica differenza è stata che da noi ha circolato un po’ più velocemente perché abbiamo avuto sempre paura”.
Dopo la guerra Ceija ritornò a vistare il lager dove è stata rinchiusa con la sua infanzia. Durante la visita nella notte fa un sogno. “Ho sognato che parlavo coi morti. Erano tutti contenti: “Quanto ti abbiamo aspettato! E’ una fortuna che tu sia venuta! Sei stata in mezzo a noi!”. E io gli ho detto: “Siete tutti di Bergen-Belsen?”. “Sì, ma dobbiamo restare qui per sempre! […] Ogni mia visita a Bergen-Belsen somiglia a una festa! I morti svolazzano. Escono, si muovono, io ne avverto la presenza, cantano e il cielo è pieno di uccelli. E’ soltanto il loro corpo che giace lì. Hanno lasciato il proprio corpo perché la vita gli è stata tolta con la violenza. E noi siamo i loro difensori, li difendiamo attraverso la nostra esistenza”.
Ritornare alla normalità di un tempo nella periferia viennese per i Rom ha significato ritornare a scontrasi con gli antichi pregiudizi dei “gadje”, cioè di coloro che non sono Rom. “Parecchi gadje, però, ti osservano – dice Stojka – : da dove vengono questi? Puoi continuare a lavarti quanto vuoi ma è inutile, sei un rom, lo sarai per sempre e va bene così. Nessuno però dice: “Grazie al cielo sono sopravvissuti! Che è successo? Come siete riusciti a cavarvela? Come avete fatto? Guarda cosa sta succedendo adesso. Prima ci hanno scacciato, poi hanno ucciso tuo padre, poi ci hanno messo in campo di concentramento, ma siccome siamo stati troppo tenaci e non siamo crepati, ora ci hanno buttato fuori dal loro appartamento”. C’è bisogno di costruire ponti non muri.
Griot